È una notte di fuoco, cantava Lucio Dalla in Futura. Così ci è sembrata quella del 7 settembre a Reggio Calabria, quando una smagliante luna piena si è oscurata per farsi rossa, amaranto, cangiante, nera, per poi rivelarsi nuovamente, scivolando fuori dal cono d’ombra, riaccendendosi, faro nella notte.
Eclissi totale di luna piena. Raro evento del cielo, per coronare il Premio Nazionale Demetra “Irene Tripodi” giunto all’ottava edizione nel giardino profumato di gelsomini del Circolo del Tennis “Rocco Polimeni” di Reggio Calabria. Un Premio che quest’anno, per la prima volta, è stato anche il punto di arrivo di una settimana di eventi riuniti sotto il titolo Il Settembre di Demetra, Festival di Cultura, Identità e Rinascita ideato e promosso da AIParc Nazionale e dal suo Presidente Salvatore Timpano.
“Attraversando i luoghi più importanti della nostra città, come il Museo Archeologico Nazionale, e Palazzo San Giorgio, abbiamo voluto trasformare il premio in un’intera settimana di eventi culturali, – ha dichiarato Timpano – intrecciando così mito e identità contemporanea, perchè Demetra non rappresenti solo la memoria del passato, ma anche la prospettiva del nostro futuro. Per questo, con lo stesso entusiasmo, da domani inizieremo a lavorare a un nuovo anno di progetti che ci permettano di riportare qui i figli migliori di questa terra”.
Dopo l’esecuzione dell’inno di Mameli, dell’inno alla Gioia e di quello dell’AIParc, ecco arrivare il suono della memoria delle nostre montagne con la zampogna di Sergio Di Giorgio. Si ferma ritualmente di fronte alla ragazza con in mano la Demetra, come si vede in qualche vaso greco. Questa è in ceramica bianca con finiture in oro zecchino, realizzata appositamente per il Premio Nazionale Demetra 2025, dall’artista reggina Elvira Sirio.
La ragazza che la tiene in mano sembra Persefone, sono madre e figlia “le due Dee” (τὼ ϑεώ), come le chiamavano i Greci, “Le Venerande” (αἱ Σεμναί), “le Signore” (αἱ Δεσποιναι), “le grandi Dee” (αἱ μεγάλαι ϑεαί). Demetra, secondo l’etimologia più comune (Δῆ μήτερ = Γῆ μήτηρ), è la Madre terra, la forza generatrice della natura, che si manifesta sia nelle forme della più selvaggia irruenza della vita terrena, che nel fecondo lavoro dei campi. Qualcosa che collega questa premiazione a qualcosa di ancestrale e presente.
Sotto quella luna, manca, però, ancora un premio: quello andato alla grata scrivente. Per la valorizzazione del patrimonio culturale della nostra regione, dice la motivazione, “per aver riservato alla Calabria, nei suoi reportage e nei suoi studi, narrazioni intense e sentite dei suoi territori e delle tradizioni etnoantropologiche, recuperando significati, gestualità, consuetudini di società arcaiche, ma ancora rintracciabili nella nostra terra”.