Febbraio 24, 2026
Reggio Calabria
Primo piano

Rinascite d’Aspromonte

Metti una discarica in Aspromonte a due passi dalla vista mozzafiato sulla Sicilia, metti un professore visionario, un gruppo di artisti e performer che decidono di recuperare quel bosco alla vita e riescono insieme a farne uno spazio libero per l’arte.

Così, nel cuore del Parco Nazionale dell’Aspromonte, nel bosco di Gambarie, tra una cascata e una pista da sci, in sinergia con il Comune di Santo Stefano in Aspromonte, nasce Aspromondo Face Festival, quest’anno alla XIV edizione, il Bosco degli Artisti, dove l’arte contemporanea dialoga con la natura, la chiama in causa, si fa portavoce delle sue istanze. Quest’anno dal 10 al 15 agosto, la residenza ha messo insieme una decina d’artisti, sotto lo stesso cielo, seduti allo stesso tavolo, attorno allo stesso fuoco notturno che propizia l’inanellarsi di racconti e canti.

Tra loro, c’è Elia Valeo studente dell’Accademia di Catanzaro che incide il suo alfabeto su tronchi che rivivranno nel bosco, diventando matrici di un sentimento identitario; c’è la fondatrice dello spazio Techné Contemporary Art di Reggio, Angela Pellicanò, che insieme alla sorella d’arte Caterina, ingaggia il proprio corpo sul pendio in Qualcosa di fisico, fino alla creazione di una sinuosa dimora di rami che confluiscono verso il cielo, resi duttili dalle loro abili mani; c’è la misteriosa Baba Jaga in fotografia e caramelle di vetro da seminare come le briciole per trovare la strada, c’è Il Cappuccetto Rosso di Federica De Stefano e Larissa Mollace appeso a un albero per ribaltare la fiaba di Perrault, mentre tra le foglie luccica imperioso un grande coleottero dalla livrea turchina.

È la Rosalia Alpina di Salvatore Piromalli, artista-trasformista, opera in vetroresina a basso impatto ambientale, esemplare di una specie prioritaria e vulnerabile, che qui diventa simbolo della marginalità e metafora della paura del diverso. Spiega Piromalli: “Come accade spesso agli insetti — ignorati, schiacciati, calpestati — anche le persone che vivono ai margini, fuori dagli schemi sociali e culturali, subiscono violenze e invisibilizzazione, esperienze di bullismo esclusione e negazione, per questo ho trasformato un piccolo essere minacciato in una creatura monumentale e resistente che reclama spazio, visibilità e rispetto.”

A raccontare il genius loci, anch’io, antropologa tra i soggetti invitati, ho richiamato personalmente a raccolta, con Foglie narranti, gli spiriti delle forze della natura di culture apparentemente lontane che trovano anche qui, in ogni foglia, goccia di rugiada, alito di vento, o radice, il loro altare privilegiato. A cominciare da Exu colui che inizia, l’apri-cammino al quale offrire il primo saluto, il primo sorso, il primo pensiero, per passare a Oxosse, signore dei boschi, e a Ossaìn sapienza delle foglie, delle erbe e del loro utilizzo.

All’ombra della enigmatica scultura di ferro filato di Paolo Infortuna dal titolo Generato, non creato dalla stessa sostanza della Madre, e sotto gli occhi della ieratica Sibilla aspromontana di Marco Labate, si sono manifestate le potenze femminili presenti, come la dea del vento Oyá Iansã, che scompiglia le chiome degli alberi, Oxum delle acque dolci e delle cascate e Yemanjá dea del mare che danza con lo specchio d’argento, perché l’Aspromonte era mare, è mare, lo raccontano conchiglie e scheletri di balena ritrovati poco lontano da qui. A chiudere, il racconto dei maghi verdi che indicano la via dell’ascolto, anche dell’ascolto della notte della selva nella quale risuonano i passi delle donne e degli uomini che siamo stati e che saremo, perché tutto, risuona con anticipo nella notte del bosco, ancor di più nel bosco di questo potentissimo Asprumunti, dell’Appenninu ‘u cchjù forti gihànti, come recita nel suo toccante omaggio poetico Giovanni Favasuli.

Intanto il poliedrico attore-musicista Dario Zema dava vita a Puck, spirito del bosco, con la sua performance site-specific, capace di portare l’emblematico personaggio shakespeariano dal bosco elisabettiano alla selva aspromontana, creando un paesaggio sonoro nel quale Zema ha saputo mescolare, in un’unica effimera apparizione, voci della natura, timbri armonici, parole e ritmo.

Infine, il pubblico attento che ha seguito su per il pendio tutto lo srotolarsi di opere e racconti, è stato richiamato dal suono antico della zampogna di Giuseppe Federico, che, sola, prefigurava le aspettative di un finale. Ma quando tutti si radunano attorno allo strumento, ecco spuntare inaspettatamente dalla terra una mano e poi un’altra. Da una fossa invisibile alta un metro e mezzo esce lentamente il corpo esile di una giovane donna con un lungo abito bianco segnato dalla terra, il viso velato.

Cresce piano, albero umano, fuori dalla fossa che lei stessa si è scavata in due giorni di lavoro di pala. Allunga le braccia verso la luce, muove i primi passi di una nuova vita, della sua rinascita, di quella di tutti i presenti e della stessa montagna che, nei terribili anni bui che ingiuriarono il suo nome, fu teatro del male, innocente fossa e prigione, con ceppi e catene, per tanti rapiti.

Come appena partorita dalla terra, la donna si erge incerta, inciampa, viene alla luce, si toglie lentamente il velo dal volto e con quello fascia una grande zolla di terra d’Aspromonte che lei stessa ha cavato fuori dal fosso. La tiene avvolta amorevolmente, se ne prende cura, la protegge. Con essa tra le braccia fende la folla, seguita dal suono ipnotico della zampogna, e da tutti i presenti, calamitati insieme a lei all’affaccio salvifico sullo Stretto, al sole rosso che vediamo tutti insieme dal punto più alto, mentre scende dietro alla Sicilia, promettendo di ritornare.

Di tutto questo si sarebbe parlato la sera attorno al fuoco, con la performer-attrice Anna Gumpel, che per scavare la sua fossa ha scavato nell’opera di Jodorowsky, Pina Bausch e Marina Abramovich, per un’opera che è un atto psicomagico, un’azione simbolica rivolta a se stessa, alla natura e a tutti gli esseri umani, metafora delle rinascite di tutti dai propri errori. Un rito collettivo, messo in atto per pacificare e per ripristinare l’antica alleanza tra ciò che vive, ciò che si sente e ciò che resta invisibile. Nella notte, attorno al fuoco, le parole lasciano spazio alla musica sapiente di Mario Latella, voce, zampogna, chitarra battente e lira, mentre il grande bosco dell’Aspromonte ascolta, accoglie e interroga i suoi nuovi abitanti.

ASPROMONDO Face Festival è un progetto di residenza artistica nato dalla collaborazione tra il Comune di Santo Stefano in Aspromonte, il FACE Festival e l’Accademia di Belle Arti di Catanzaro. La direzione organizzativa è di Giorgia Foti, fotografa, social media manager. L’ideazione e la direzione artistica sono di Paolo Giosuè Genovese, professore di graphic design e progettazione artistica all’Accademia di Belle Arti di Catanzaro.

Fotografie di Giorgia Foti, Angela Pellicanò, Paolo Genovese e altri.

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