Febbraio 24, 2026
Reggio Calabria
Primo piano

Storia e poesia: la Pendolare jonica

“Gente tanta, treno poco”. La turista di lingua inglese guarda perplessa il treno con il suo unico vagone fermo al binario n.1.

Si sale, chi non abita qui si riconosce dal tentativo di aprire la porta a fine scompartimento, dalla spina del telefono in mano alla ricerca di una presa. I residenti sorridono e poi informano che il treno è finito e che di corrente qui non ce n’è, perché la linea non è elettrificata. Siamo sulla littorina che da Catanzaro Lido va a Reggio Calabria. Ce ne sarebbero una quarantina in tutta Italia, una decina delle quali in servizio sulla tratta ionica. Il nome viene coniato attorno al 1932, quando Mussolini arrivò alla città di Littoria, oggi Latina, a bordo di una modernissima ALn, cioè una Automotrice Leggera a nafta, e da quel momento si chiamarono littorina tutti i veicoli leggeri su rotaie.

Tendine blu elettrico sulle grandi finestre bordate di azzurro, sedili in finta pelle blu scuro, neon sempre accesi sul tetto grigio perla. Un reperto di modernariato che si presenta in due modelli vintage, incluso quello con le pareti a cerchi grigi e bianchi, prodotto tra gli anni ‘70 e gli ’80. Un set particolarmente rumoroso per il mio viaggio settimanale verso l’Accademia di Reggio, anche se, in uno sferragliare di ricordi, mi mette in contatto con treni analoghi della mia adolescenza che erano sinonimo di libertà, viaggio, avventura. In qualche caso un sistema di aria condizionata è stato adattato a questi stanchi convogli che affrontano le estati del Sud, ma non si sa se sia meglio il congelamento, dato che sembra non si possa regolare a temperature non artiche, oppure l’arroventamento delle lamiere, unito al consolatorio sventolare azzurro delle tende a finestrini spalancati.

Ciò che si vede dentro si somma poeticamente a ciò che scorre fuori, la ferrovia viaggia parallela alla A 106, litoranea jonica tristemente nota per i suoi numerosi incidenti, ma anche per essere scenario peculiare nel quale coesistono sublime bellezza e capolavori del brutto. Una smagliante azzurrità costellata di “rovine in costruzione”, residui di promesse non mantenute e fulgidi esempi del peculiare stile architettonico noto come “non finito calabrese”. Caseggiati sventrati in piena spiaggia, palazzi esplosi senza bombe, condomini di scheletri dagli occhi vuoti, attestati di riciclaggio e testimonianze antropologiche da manuale nelle quali si legge l’epopea familiare: un piano per figlio emigrato che si sperava tornasse, mancano i figli e i soldi per finire, le finestre si murano, gli attici diventano stenditoi senza pareti.

Poi detriti e filari di immondizia abbandonata da qualcuno che forse progetta di trasferirsi su Marte, lasciano il posto alla meraviglia di fiumare, alla visione di un mare venerato incorniciato da sontuosi zabarri di agavi. Ecco che punge la bellezza del promontorio di punta Stilo, il faro, il castello, dalla sabbia chiara affiorano le pietre del tempio dorico di Kaulon, costruito dal figlio dell’Amazzone Clete, quando eresse le 36 colonne che oggi possiamo solo immaginare, mentre il drago beneaugurante dorme nel suo mosaico sotto la sabbia. Arriva Roccella ionica, con le sue note in jazz all’ombra della rocca fortificata; Gioiosa dove devoti di ogni età offrono a Santo Rocco ore e ore di tarantelle telluriche; Riace, sotto questo mare riposavano i Bronzi; Siderno dove le raccoglitrici cantavano di notte mentre andavano nei campi di gelsomini che a quell’ora profumavano di più; Locri, dove Persefone invitava le donne a riti lustrali interdetti agli uomini, e dai pinakes svelava alle iniziate il segreto della vita; Bianco con i calanchi lunari a indicare altri mondi possibili.

Prima di Pentidattilo, che vedo dal finestrino allungare le cinque dita di pietra verso il cielo come la videro Edward Lear e Maurits Cornelis Escher per eternarla nelle loro illustrazioni, ecco Brancaleone, dove andò al confino il piemontese Pavese, che non amava il mare e non immaginava di ritrovarsi in Magna Grecia. “La gente di questi paesi – scrisse nel 1937 alla sorella – è di un tatto e di una cortesia che hanno una sola spiegazione: qui una volta la civiltà era greca. I colori della campagna sono greci. Rocce gialle o rosse, verdechiaro di fichindiani e agavi, rose di leandri e gerani, a fasci dappertutto, nei campi e lungo la ferrata, e colline spelacchiate brunoliva”. La ferrata, che una era e una è rimasta, nel senso che per arrivare a Reggio dallo jonio si percorre un unico binario e che solo nelle stazioni diventa doppio per far passare un altro treno nella direzione opposta. Secondo Roberto Galati, Presidente dell’Associazione Ferrovie in Calabria, a questo inconveniente non sarà facile rimediare. Da appassionato e profondo conoscitore dei treni, ha trasformato la sua passione di bambino in uno strumento di valorizzazione della stessa.

A partire dal 2006, con l’apertura del suo blog Ferrovie in Calabria, ha saputo calamitare altri ragazzi insieme ai quali fondare nel 2012 l’associazione Ferrovie in Calabria che dal 2021 collabora stabilmente con Fondazione Ferrovie dello Stato, proponendo itinerari tematici bordo treno attraverso le bellezze della Calabria a migliaia di visitatori all’anno. Roberto conosce storia e leggenda dei treni di Calabria, caratteristiche tecniche dei materiali rotabili, uso e funzione di oggetti ferroviari d’annata, nomi e cognomi di convogli leggendari che portavano altrove i sogni del Meridione, come l’Espresso internazionale Freccia della Calabria, che collegava Villa San Giovanni a Zurigo, il Francesco Cilea per Milano, Il Treno del Sole, Il Treno dell’Etna, entrambi Palermo/Siracusa – Torino, la mitica Freccia della Laguna, Palermo/Siracusa – Venezia e la più nota Freccia del Sud.

Dal 2022 circa mille reperti, biglietti, tabelle di percorrenza, cimeli ferroviari, telefoni a manovella, specchi anni ’30, che testimoniano il passato glorioso dei 470 chilometri di linea, sono raccolti nel piccolo Museo della Ferrovia Jonica che sta sopra la stazione di Soverato. “Passato glorioso che non deve limitarsi al ricordo – sottolinea Roberto – ma deve indurci a migliorare i servizi. Con il progetto rail tour – viaggia in treno e scopri la Calabria abbiamo voluto partire dalla linea jonica con il treno della Magna Grecia per la bellezza mozzafiato del paesaggio, offrendo itinerari turistici tematici uniti a conoscenza del territorio ed esperienze enogastronomiche con risultati che nemmeno noi potevamo immaginare: in una stagione abbiamo avuto oltre cinquemila presenze sul treno della liquirizia che porta a Rossano o su quello per Brancaleone. Ora in partenza abbiamo i treni del mare da Pizzo a Tropea, anche a percorrenza notturna, un modo intelligente per viaggiare su rotaia e godersi le sere d’Estate in Calabria (https://www.railtour.it/)”.

E la littorina? “Non me ne vorranno i pendolari, ma confesso che su di me quel treno esercita un certo fascino, anche se naturalmente saluto con entusiasmo l’arrivo della nuova flotta già in funzione, che sostituirà completamente il vecchio treno. L’elettrificazione è in corso dal 2017, operativa sulla Sibari Taranto, mentre qualche mese fa è partito il finanziamento regionale da Catanzaro Lido a Roccella Ionica. Una linea comunque adatta ai nuovi treni ibridi: dove l’elettricità non è disponibile, il pantografo si abbassa e parte il motore diesel. Le ultime littorine degli anni ‘70/’90, ancora in servizio ma già gradualmente sostituite da treni di ultima generazione, saranno in uso ancora per un paio d’anni, per poi essere rilevate da Treni turistici italiani, che si occupa della manutenzione di treni storici, e restare a disposizione di viaggi specifici, come succede anche con il bellissimo treno cento porte degli anni ‘20 ‘30, con sedili in legno e sportelli finestrati, che utilizziamo per i nostri suggestivi rail tours.”

Mi è già capitato varie volte di pendere i nuovi treni. Il primo che si è fermato, lunghissimo e lucido, sul binario n.1 alla stazione di Soverato, sembrava un miraggio. A bordo, ad aumentare l’effetto straniamento, c’era anche un gruppo di milanesi che parlava di Consiglio di amministrazione, e tra noi locali scherzammo sul fatto che fossero inclusi nella modernizzazione, che facessero parte dell’arredo del nuovo treno, come i portabiciclette e il bagno ad apertura automatica. Invece no, questi treni sono anche, in parte, costruiti a Reggio. A bordo dei nuovi convogli climatizzati e silenziosi, il capotreno in divisa non fa più da assistente vocale umano avvisando l’arrivo nella prossima stazione, e, ad esempio, non informa più confidenzialmente i passeggeri che il treno è fermo per animali sui binari. Non si aprono i finestrini e i sedili non prevedono che ci si addormenti, non offrendo alcuna sponda al pendolare stanco.

Una sorta di format Ryanair, peraltro diffuso anche nell’alta velocità nazionale, ha riempito i vagoni con il maggior numero di posti possibile, come si è accorto chiunque superi il metro e settanta. Il tempo di percorrenza è invece lo stesso della littorina, ma qui si può inserire una spina, caricare un computer, anche se non appoggiarlo su un tavolinetto, assente per i suddetti motivi di spazio. Efficienti e freddi, i nuovi treni scivolano su un tratto di costa ad alta concentrazione di bellezza, storia, cultura, e allo stesso modo dei vecchi treni prendono la curva di capo Spartivento, nome che sembra inventato dai pirati, per arrivare a Bova Marina, piede in mare della Bova vera che parla greco antico: è qui anche dai nuovi finestrini sigillati assistiamo all’apparizione dell’Etna, sempre diversa e sorprendente, mentre ci si avvicina all’arrivo, dove finisce il continente europeo e iniziano le visioni.   

Fotografie di Patrizia Giancotti e archivio Museo della Ferrovia Jonica

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