Ecco la banda che ti sveglia la mattina. Il vicino in mutande, la bambina in pigiama, l’anziana che si alza raramente dal letto e i nottambuli che si svegliano tardi, si affacciano al balcone per berne gli effluvi arabeggianti.
Flauti tromboni e tamburi, gran cassa e piatti, con la loro musica che riempie le vie del paese, preparano e precedono il passaggio della Madonna della Luce di Palermiti, come a sacralizzarne il percorso. Fino a due anni fa l’uscita avveniva proprio a mezzogiorno dell’ultima domenica di agosto, allo zenit stagionale ed emotivo di un processo catartico, coincidente con il momento in cui la Madonna lasciava l’altare per varcare lo spazio sacro e avvicinarsi alla comunità umana, benedicendo con il massimo del calore estivo chi se ne sarebbe andato al nord e chi avrebbe dovuto sostenere la prova dell’inverno in paese. Il culto della Madonna della Luce di Palermiti è legato al ritrovamento di un quadro della Vergine dal quale si sarebbe sprigionata una misteriosa luce[1].
Così lo studioso Domenico Commodaro racconta il ritrovamento datato 1720 da parte di contadini di San Vito sullo Ionio, nello scritto Storia del prodigioso quadro di Murorotto: “Attraversavano essi un’amena località di campagna, quando un inaspettato fenomeno si presentava ai loro occhi. Fasci di vivida luce si aprivano il varco tra un foltissimo groviglio di roveti e cespugli che ricoprivano un muro mal ridotto dal tempo e dalle intemperie. Lo strano fenomeno fu senz’altro interpretato come una manifestazione del cielo(..).”
Secondo la credenza popolare, il dipinto sarebbe stato poi caricato su un carro di buoi per arrivare, dopo aver attraversato vari paesi, a Palermiti. Come succede in molti altri casi analoghi studiati dall’antropologo Lombardi Satriani[2], non sarebbero stati quindi gli abitanti a scegliere la loro Protettrice, ma piuttosto la figura divina a eleggerli oggetto specifico della sua protezione, saldandoli così a sé in un patto indissolubile.
La Festa Grande di Maria Santissima della Luce dell’ultima domenica d’agosto, sfarzosa, con luminarie, palco, cantanti, banda e fuochi d’artificio, era, insieme alla Festa della Madonna delle Grazie di Torre Ruggero, la più attesa e rinomata della zona, in grado di calamitare al paese d’origine anche gli emigranti più lontani, quelli che appuntavano file di dollari a lunghi nastri colorati da appendere alla statua in processione. Era l’unica occasione in cui anche le donne rimanevano per qualche ora in più in piazza, esclusivo appannaggio maschile, invece di attraversarla spedite, con una fascina di legna, o una brocca d’acqua, in equilibrio sulla testa.
Anche se era agosto, portavano sul capo u vancali di lana o di velluto nero, gonne sovrapposte, con l’ultima scrupolosamente pieghettata e annodata dietro come la coda di una colomba, il pannu rossu, se sposate. Nelle immagini che, fotografa in erba, scattai personalmente nel ’75, affollano scale e balconi per assistere allo spettacolo musicale della sera, al prodigio delle luminarie, ma anche per affacciarsi più liberamente al mondo, osservando le centinaia di persone che gremivano la piazza. Con gesti oggi spariti dal lessico del linguaggio non verbale, portavano le mani a incorniciare il volto, le dita poggiate sulla bocca o sulla guancia in atteggiamento riflessivo. In questo momento dell’anno, quello del vedere e dell’essere viste, prevaleva lo sguardo assorto, il portamento fiero, e solo raramente il sorriso prendeva il posto di una espressione austera.
A mezzogiorno in punto, nella commozione generale, i portatori esitavano sulla soglia della chiesa per sottolineare l’eccezionalità del passaggio, come facevano all’unisono l’esplosione dei botti e l’attacco della banda. Con uno sventolio del suo manto azzurro trapunto di stelle, la statua era fuori dall’oscurità del tempio e scendeva per il paese a benedire con il suo passaggio i percorsi quotidiani dei suoi abitanti, i copriletti nuziali che sventolavano ai balconi, e con essi la capacità procreativa della coppia, i bambini vestiti a festa che venivano a lei innalzati, le preparazioni alimentari, polpette al sugo e pasta di casa, che profumavano il tragitto. A ogni fermata, tra cascate di petali di fiori gettati dalle finestre, i fedeli si avvicinavano per offrire, con nastri di banconote provenienti da varie parti del mondo, il sudore del loro lavoro di emigranti, il motivo che li aveva allontanati dal paese e che finiva per essere portato in processione.
Due anni fa le autorità ecclesiastiche hanno deciso di cambiare l’orario del trasporto posticipandolo al tardo pomeriggio, perché fa troppo caldo, si dice. Da antropologa resto profondamente impressionata dal pragmatismo secolarizzante di questa decisione epocale. Il mezzogiorno, la luce massima nella fine dell’Estate, la preparazione del pasto cerimoniale, il festeggiamento dell’avvenuto trasporto che ci ritrova vivi o meno in seno alla comunità, non sono per niente elementi casuali. Perché un rito è un insieme di atti formalizzati, espressivi, portatori di una dimensione simbolica, fortemente caratterizzata da una configurazione spazio-temporale specifica, da orari, gesti e linguaggi, segni emblematici il cui senso condiviso costituisce uno dei beni comuni del gruppo sociale.
Oltre che manifestazioni della fede collettiva, eventi come questo sono patrimonio culturale immateriale, ci ricorda Patrizia Nardi, storica, che con il suo lavoro ha reso possibile il riconoscimento UNESCO di Patrimonio dell’Umanità alla Rete delle Grandi Macchine a Spalla della quale fa parte anche la Varia di Palmi: sono beni che esistono perché la loro comunità li fa esistere e ogni eventuale minimo cambiamento va ponderato e condiviso. I beni immateriali sono fragili, definiti beni volatili, e possono letteralmente volare via, perdere il loro valore, se non vengono ancorati alla dimensione simbolica che li sacralizza, nella quale tutto è importante, orario, luce, musica, botti, cibo, cammino, percorso, profumi e colori.
Comunque, domenica 31 agosto a Palermiti, tra la commozione generale, i portatori esiteranno ancora sulla soglia per sottolineare l’eccezionalità del passaggio, come faranno all’unisono l’esplosione dei botti e l’attacco della banda. Con un fremito del suo manto, la statua uscirà dall’oscurità del tempio e sorgerà all’aria aperta del pomeriggio, scenderà per il paese, qualche copriletto nuziale sventolerà al balcone, petali e carte colorate scenderanno dalle finestre delle case abitate.
L’anno scorso con la decisione ecclesiastica di cambiare anche il percorso del trasporto, per renderlo più agevole evitando il centro storico, ci fu una vera e propria rivolta popolare. In un periodo storico nel quale sembra regnare l’indifferenza, fu il sintomo carnale di una comunità viva, del suo attaccamento alla Madonna della Luce e a quel borgo carico di storia impossibile da stralciare.
Donne e uomini hanno preso la parola in chiesa per esprimere con forza il loro disaccordo, opponendosi alla decisione. Ci sono tante cose da cambiare in paese, si diceva, il centro storico diroccato, tetti di eternit, lo smarrimento culturale delle giovani generazioni: che il cambiamento si metta al servizio di strade, scuola e sanità e lasci la processione mariana al suo posto. Ma poi, al momento dell’uscita, quando la statua lignea rivestita d’azzurro incontra la sua umanità dolente, tutto si placa, gli umani dissapori si affievoliscono e anche la più agguerrita delle barricadere cade in ginocchio di fronte al mistero della vita e della morte.
Vedremo cosa succederà domenica 31 agosto al calar della sera.
Fotografie di Patrizia Giancotti
[1] Giusto Truglia, Palermiti -Storia, cultura e tradizioni, Supplemento al n.26 Gazzetta d’Alba 26-6-2002, a cura dell’Amministrazione Comunale di Palermiti.
[2] L.M. Lombardi Satriani, La casa dell’uomo -Sacrificio, fondazione, memoria, in Faeta, L’architettura popolare in Italia.

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