Febbraio 24, 2026
Reggio Calabria
Primo piano

Ringhio d’Italia

La storia della Nazionale italiana si arricchisce oggi di una nuova, significativa pagina. Per la prima volta, a guidare gli Azzurri sarà un figlio del Sud più autentico: Gennaro Ivan Gattuso, da Corigliano Calabro, è il nuovo commissario tecnico dell’Italia.

Un evento che intreccia sport, identità e senso di appartenenza. E forse, stavolta, anche un po’ di coraggio.

Gattuso, per tutti semplicemente “Rino” o “Ringhio”, incarna da sempre lo spirito combattivo e passionale che ha caratterizzato ogni metro della sua carriera: giocatore irriducibile, uomo schietto, allenatore istintivo e autentico.

Non è uno che si nasconde. Perché, come ama dire lui stesso, “se uno nasce tondo, non può morire quadrato”. Un motto che vale più di mille discorsi: Gattuso è fatto così, lo è sempre stato. Vero.

Il suo viaggio comincia da Perugia, dove cresce nel settore giovanile e debutta in prima squadra. Sette anni intensi, dal 1990 al 1997, prima di spiccare il volo verso Glasgow, appena diciannovenne. Ai Rangers gioca da titolare, si fa amare dal pubblico e lì incontra Monica, la donna della sua vita. Poi il ritorno in Italia con la Salernitana, dove si mette in mostra in Serie A fino al salto al Milan: la squadra che tifava da bambino, la maglia per cui ha dato tutto e con cui ha vinto tutto, diventando una bandiera.

E in mezzo a tutto questo, ovviamente, la maglia azzurra: campione del mondo nel 2006, cuore e polmoni di un centrocampo che ha scritto la storia.

Ora, a 47 anni, dopo le esperienze in panchina tra Italia ed Europa – Sion, Palermo, Ofi Creta, Pisa, Milan Primavera, Milan, Napoli, Valencia, Marsiglia e l’ultima tappa con l’Hajduk Spalato – Gattuso si ritrova nel ruolo più delicato: guidare la Nazionale nel suo nuovo corso.
Dopo l’addio a Luciano Spalletti, tocca a lui rianimare gli Azzurri, ma soprattutto tentare disperatamente di non fallire la qualificazione al prossimo Mondiale. Un incubo non solo sportivo, ma anche culturale: l’Italia del pallone non può più permetterselo. Stiamo parlando di intere generazioni di ragazzi che rischiano di crescere senza aver mai visto un Mondiale con l’Italia dentro. E no, non è normale.

Gattuso che si prende una responsabilità enorme con la sua solita faccia tosta, ma anche con la consapevolezza di essere rimasto fedele a se stesso, sarà presentato giovedì alle ore 11 a Roma. Oltre allo staff che lavorerà a stretto contatto con lui a garantire una linea di continuità tecnica, educativa e istituzionale, è stato scelto Cesare Prandelli, in veste quasi da direttore tecnico federale, con responsabilità anche sul vivaio e il settore giovanile – un tecnico che sa cosa vuol dire costruire, anche nei momenti di transizione, come fece nell’Europeo 2012. Confermato Gigi Buffon come capo delegazione della nazionale.

Una mossa che ha tutto il sapore dell’ultima carta per Gabriele Gravina, riconfermato a febbraio per un altro quadriennio alla guida della FIGC. Una carta che, se non funziona, rischia di affondare l’intero mazzo. E proprio per questo, serviva un uomo che non avesse paura di sporcarsi le mani, uno abituato a combattere anche quando il tavolo sembra già ribaltato: Gattuso.

E in fondo, non poteva essere altrimenti per uno che non ha mai rinnegato le sue radici, anzi: le ha portate sempre con sé, come un modo di stare al mondo, prima ancora che sul campo.

Può anche aver girato l’Europa, vinto trofei, allenato sotto ogni latitudine… ma Rino è rimasto calabrese dentro. E ora porta quell’anima, testarda e generosa, anche sulla panchina più importante d’Italia.

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