Febbraio 24, 2026
Reggio Calabria
Primo piano

Orti d’arte a Badolato

Forse perché il precipizio tutto intorno ha impedito al cemento di farsi spazio, è rimasta intatta, Badolato, che appare dietro la curva, sospesa nel tempo come nella nebbia di questa primavera non ancora convinta.

Abbandonato dopo terremoti e alluvioni, spopolatosi per via dell’emigrazione, il paese vive un lento processo di rigenerazione, tra fantasmi e nuove presenze, con l’aspirazione a risorgere come l’araba fenice. Lo dice anche Guerino Nisticò, curatore della community “Badolato Slow Village”, proponendo una visione che sarebbe riduttivo inquadrare come turistica e che tra le altre iniziative, insieme a We’re South lancia il “Rigugghju Fest: Il Festival di chi abita nei paesi!” per il prossimo 25 aprile.

A provocare l’inversione di tendenza dall’abbandono alla rinascita sarebbero, secondo lui, un intreccio di fattori e comportamenti, tra i quali memoria, arte e cultura, turismo residenziale e relazionale, “filoxenia” di comunità e patrimonio umano come grandi attrattori, la presenza di comunità multiculturali e multireligiose e poi “ritornanze” o “nuove arrivanze”, dice parafrasando il concetto di restanza coniato da Vito Teti, di cittadini che da turisti si sono trasformati in abitanti. Un under tourism, da contrapporre all’iperturismo che attanaglia le città d’arte, che punta invece alla relazione con il territorio, alla cura ed attenzione dei luoghi e delle persone, al senso di comunità e alla gratificante esperienza vissuta qui, che si può trasformare in residenza temporanea, persino stanziale. Una boccata d’ossigeno per un paese che prima della guerra contava circa seimila presenze e che oggi ne vede circa 200 nel borgo storico e 2890 in tutto, tra il paese e il suo doppio alla marina, ma che negli ultimi anni ha visto transitare 200 famiglie di stranieri, 70 delle quali ora vivono qui stabilmente.

Superando l’atavico “dolore” o quasi rigetto e odiu do’ pajisi che li aveva allontanati, e preda di un rinnovato innamoramento, anche tanti badolatesi – emigrati e non – hanno restaurato le proprie case di famiglia “abbandonate” nei decenni, facendo seguito ad un centinaio di famiglie italiane – tanti artisti e personaggi del mondo della cultura – che hanno acquistato dimora nell’antico abitato. Probabilmente, il 50 % degli stabili è ancora abbandonato, ma i cantieri aperti privati e pubblici sono una trentina e si moltiplicano operazioni virtuose, come il restauro di Palazzo Gallelli, rilevato dal Comune e gestito con l’aiuto della Pro Loco Badolato e dei suoi volontari UNPLI del Servizio Civile, l’apertura di spazi pubblici alla comunità, la presenza dell’arte, con atelier, mostre, workshop e spettacoli teatrali, festival, residenze artistiche e scuole estive di e con Accademie e Università. La mostra fotografica Rughe. Memorie di una generazione, ad esempio, di Pino Codispoti, nei mesi estivi ed autunnali ha svelato ai convenuti il doppio significato del suo titolo in dialetto: segni del tempo che si iscrivono sul volto, ma anche vicoli del paese, microcosmi nei quali si intrecciavano esperienze e racconti in una condivisione quotidiana, dove oggi si vorrebbe veder scorrere la memoria.

Un paese di rara bellezza, con una sua unicità urbanistica e paesaggistica e con un impianto bizantino-normanno rimasto quasi intatto, dalla storia così densa che al suo interno – in passato – si parlava un dialetto con alcune differenze fonetiche nella divisione tra i suoi due macro-rioni “u mancusu” e “u destru”, separati architettonicamente dall’antica Via Maggiore, oggi Corso Umberto I. Quattordici chiese, tre confraternite religiose ultrasecolari, famiglie nobili importanti che lo hanno governato e posseduto, tre ordini di frati, rivalità nello sfarzo delle processioni che – fino ai primi del ‘900 – erano 39 all’anno, raccontano gli antichi splendori di questo paese. Il suo nome venne pronunciato a sorpresa nel 2009 a Berlino di fronte ai Nobel per la Pace dal regista tedesco Wim Wenders, che qui girò Il Volo, cortometraggio dedicato all’accoglienza dei profughi e che dichiarò: “A Badolato e in Calabria per la prima volta ho davvero visto un mondo migliore”.

Un paese che è alla ricerca di nuovi modi per raccontarsi, come fanno le “Pietre parlanti” realizzate dallo scultore badolatese Gianni Verdiglione, duecento tavolette di marmo ricavate da scarti o lapidi riciclate, che tracciano la memoria popolare della comunità e che costellano le mura riportando a nuova vita donne e uomini (altrimenti dimenticati!), eventi politici, storie d’amore, leggende e figure leggendarie, detti e massime paesane. Che inventò lo “sciopero a rovescio” (1950-1951) per costruire una strada dove non c’era, che vide le donne in prima fila contro oppressione e ingiustizia, e che oggi affascina e attira artisti come è successo cinque anni fa allo svizzero Joel Siegfried, impegnato nella trasformazione dello storico Palazzo Impelliccia in centro culturale aperto al mondo.

A pochi passi, il pittore Roberto Giglio accoglie nella sua casa-studio, dove si susseguono alle pareti I fantasmi di Badolato e Le forme dell’oblio, opere evanescenti, quasi monocrome, nelle quali l’artista sembra catturare il paese proprio sul punto di scomparsa. A dare visibilità internazionale a questa esperienza ci ha poi pensato anche la Biennale dello Stretto, la manifestazione ideata dall’architetto Alfonso Femia che, attraverso mostre e incontri indaga sulle peculiari caratteristiche del paesaggio e delle sue trasformazioni tra Calabria e Sicilia. Biennale che ha deciso di allargare il suo raggio d’azione fino a Badolato, portando con sé un gruppo di operatori dell’arte e della cultura agglutinati dal sogno della Città del Futuro, quella che vuole riscoprirsi comunità, paese laboratorio, luogo del fare contemporaneo.

Il progetto in questione si chiama Respiraterra e ha vinto il Premio Speciale “per l’impegno e la generosità, per i contributi di altissimo profilo ai contenuti della Biennale”. L’idea è di Pasquale Piroso, badolatese, architetto di punta della scena romana, che predilige l’ascolto dei luoghi per l’ideazione di interiors design e irradia la sua fervida creatività a partire da uno spazio privilegiato come il Loft Canova, che fu proprio lo studio del Canova nella capitale, e che oggi è fucina di idee, di folgorazioni creative che si concretizzano in progetti che viaggiano per il mondo. Un giorno pensò che anche Badolato avrebbe potuto essere raggiunta da una di quelle illuminazioni e decise di trasformare il fondo di famiglia, piantato ad ulivi, non secolari ma più che millenari, in luogo dell’arte, in galleria a cielo aperto, in orto per coltivare bellezza, talenti e memoria, piantandoci dentro opere di artisti di calibro internazionale. Un orto d’arte, quindi, con tutta l’accezione sacrale di quello degli ulivi, appunto, e con l’aura magno-greca del Bello che coincide col Giusto, della natura che diventa cultura.

Chi arriva è accolto dal dipinto su muro di Roberto Giglio, dai giganteschi volti dei predecessori, antichi abitanti del luogo. “Mio padre Pietro se ne andò in Australia con 40 giorni di mare – racconta Pasquale Piroso – per comprare questa terra faceva tre lavori al giorno. È quindi un bene preziosissimo, che abbiamo deciso di non lottizzare, di non cementificare, ma di preservare, trasformandola in celebrazione del passato e del futuro, in territorio dell’arte, facendo dialogare la bellezza del creato con le creazioni degli artisti.” Respiraterra è il nome ideato per l’occasione da Luigi Ontani, considerato uno dei più grandi artisti viventi, che ha inviato qui anche una sua opera in occasione dell’apertura dello scorso ottobre. Lo scultore Alberto Timossi, che predilige l’installazione scultorea nella natura, intervenendo in grandi contesti, torrenti, monti, lascia sul terreno il suo forte segno in pvc rosso smaltato, fermato da una gigantesca pietra di fiumara. Tra gli ulivi, dopo la scritta “Arte”, che, come una insegna sulla superstrada indica il passaggio di un confine, ecco Angelo, un vecchio contadino col cappello: la sua gigantografia, sfiorata dalle foglie e letteralmente piantata a terra, è opera di Dino Serrao, fotografo di Badolato, che facendo ritratti alla gente per strada è diventato un fenomeno globale da quattro milioni di followers.

Ad omaggiare il padre di Pasquale Piroso, che sentiva gli alberi come creature affini e che appena arrivava in campagna accarezzava le foglie d’ulivo dicendo al figlio “non io, ma loro ti hanno fatto come sei”, ci ha pensato Antonio Tropiano, scultore visionario capace di tramutare la parola in forma e che qui monumentalizza la mano di Pietro che accarezza le foglie, con la tecnica giapponese della carbonizzazione “perché ogni creazione parte dall’ombra”. E poi tra le altre tante opere che costellano come frutti maturi questo orto d’arte, ecco una donna, anch’essa gigantesca e ben piantata in terra, in una fotografia di Pino Codiposti del 1989. Fazzoletto in testa e maglia azzurra, si occupa con grazia della sua raccolta, chinata, pare, proprio su questa terra. La didascalia dice “Commare Vittorina”, e Pasquale Piroso abbassa la voce per dire “l’abbiamo fatta ritornare qui: è mia madre”. A lei, radice e fronda, l’omaggio di questa terra resa arte, di questa arte resa terra, che affiora dalle nebbie dell’oblio per una nuova primavera. 

FOTO DI Giulia Natalia Comito 

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