Alla Calabria è stato negato tutto. Della Calabria tutto s’è tentato di cancellare. Se aprite uno dei tanti manuali di storia, che ronzano come moleste zanzare nelle scuole, v’accorgete chela Calabria non c’è. Se aprite uno dei tanti manuali di
Alla Calabria è stato negato tutto. Della Calabria tutto s’è tentato di cancellare. Se aprite uno dei tanti manuali di storia, che ronzano come moleste zanzare nelle scuole, v’accorgete chela Calabria non c’è. Se aprite uno dei tanti manuali di letteratura italiana, che fan posto solo ai magniloquenti, anche qui la sorpresa è che la Calabria non c’è.
Le colonie sono senza storia e senza civiltà culturale. E la Calabria è colonia. Si vuole che così sia, ma così non è.
Un grande maestro e pedagogo piemontese dell’Ottocento, Giovanni Cena, ebbe idea di scrivere una storia della letteratura del Piemonte. Vi rinunciò ben presto, constatando amaramente: più vado indietro e piùnon trovo niente. E si capisce che senza passato non c’è storia.Diverso è il destino dello studioso di letteratura calabrese. Più va indietro e più trova, ed ha di fronte a sé solo il problema di dove iniziare la sua narrazione. Io, nella mia Storia della letteratura calabrese, voll. 4 (Periferia, Cosenza 1992- 1997), ho deciso di cominciare da Cassiodoro. Un gigante del pensiero che salva due civiltà, e a mezzo delle sue Varie anticipa i tre stili dei quali si avvarrà Dante nella Divina comedia. Ma ci sarà anche un altro calabrese che influenzerà il Ghibellin fuggiasco, Gioacchino da Fiore.
Posso sul punto concludere rapidamente che la letteratura calabrese ha una antichità maggiore della letteratura italiana , e che nei primi secoli del suo avviarsi e svolgersi è tutta scritta in lingua latina e in lingua greca. Ciò che le assicura un carattere trasnazionale, un movimento dall’universale al loco. Altro che letteratura dell’aia dove riposano le bestie del lavoro contadino.
Proseguiamo.
Come è noto, la letteratura italiana si distribuisce, cresce, si sviluppa attraverso correnti letterarie, almeno a partire dal Duecento: Scuola poetica siciliana, Dolce stil novo, Umanesimo, Rinascimento, Barocco, Illuminismo, Arcadia, Classicismo, Romanticismo, Scapigliatura, Verismo, e via seguitando fino al neorealismo. Orbene, in nessuna di queste correnti letterarie, fatta eccezione per il Dolce Stil Novo- riserva di caccia dei fiorentini- i letterati calabresi sono assenti. Il che dice che lo svolgimnto della letteratura calabrese è fortemente intrecciato con lo svolgimento della letteratura italiana. E già questa capacità dei letterati calabresi d’avere antenne sensibili per quel che di inedito e di nuovo , anche d’inaspettato, avviene fuori della Calabria sarebbe fatto assai importante. A dimostrazione ulteriore che culturalmente due Italie non vi furono mai.
Ma vale di più mettere in evidenza che delle svolte radicali, delle rotture, del cambio di passo di cui è stata capace la letteratura italiana protagonisti più volte sono stati i lettterati e i pensatori calabresi.
L’Umanesimo sarebbe rimasto a lungo azzoppato, cioè privo dei classici greci, senza l’apporto del calabrese Barlaam, che immette Francesco Petrarca nella conoscenza di parecchie opere di Platone, e senza l’apporto decisivo di Leonzio Pilato, che, primo nell’Occidente, traduce dal greco in lingua latina l’Iliade e l’ Odissea di Omero, l’ Ecuba di Euripide, la Fisica di Aristotele, le Pandette del Codice di Giustiniano. E per questo un grande studioso tedesco, il Voigt, definisce Barlaam e Leonzio Pilato come i protagonisti del Risorgimento degli Studi classici. Con quel che ne consegue.
Nel Cinquecento la filosofia era in catene. Ridotta sotto l’imperio degli aristotelici, le mancava la libertas philosophandi, la libertà di indagare. Sarà un cosentino, Bernardino Telesio, che la libererà dai ceppi, ingaggiando una grande battaglia di idee contro gli aristotelitici, ma in efftetti prendendo di mira lo stesso Aristotele, che aveva fatto della natura un regno dei fini. Il Grande Cosentino con i nove libri del De rerum natura iuxta propria principia – scrive Nicola Abbagnano ( Storia della Filosofia, vol. 2, Gruppo editoriale L’Espresso, 2005, pag. 638)- “ segna una svolta decisiva nella storia del Rinascimento. Per la prima volta nasce, ad opera sua, un naturalismo rigoroso, egualmente lontano dalle vecchie concezioni aristoteliche e dalle chimeriche pretese della magia , una concezione che non vede nella natura altro che forze naturali e intende spiegarla con i suoi stessi principi”.
Proseguiamo.
Il Seicento è il secolo del Barocco, della non poesia, si disse. Una peste che ammorbava la letteratura. Occorreva liberarsene, spegnere il contagio. A metà del Seicento è il cosentino Pirro Schettini insieme al sardo Carlo Buragna a determinare l’inversione di tendenza, il ritorno alla poesia regolare, alla poesia petrarchesca. Ma quel moto di reazione necessitava di una nuova poetica, di nuove regole. E l’una e le altre furono pensate e teorizzate da Gian Vincenzo Gravina, di Roggiano, con i due volumi Della Ragion Poetica ( Roma 1708), che danno fondamento e nascita all’Arcadia.
Non c’è dubbio, però, che il secolo della maggiore elevazione della letteratura calabrese è l’Ottocento, il secolo del Romanticismo. Che in tanto è in quanto è caratterizzato dalla figura diabolica, la cui gioia sta nello spargere sangue e vivere di sangue. Se si guarda al Padre del Romanticismo italiano, ad Alessandro Manzoni, alle sue opere, a I Promessi sposi, è assai difficile poter parlare dell’esistenza di un Romanticismo italiano, essendo evidente in lui come in altri romantici l’assenza del satanismo. Ed è solo grazie ai calabresi Vincenzo Padula e Carlo Massinissa Presterà che il Romanticismo italiano ha tutte le carte in regola per dirsi tale. Sono loro che vi aggiungono il capitolo della figura diabolica.
E il Novecento offre una sorpresa ancora.
Mancava alla letteratura italiana il romanzo organico sull’emigrazione. Questo vuoto è risarcito da Francesco Perri con Emigranti. È un nuovo ceto sociale che entra nelle pagine della letteratura italiana. Un’operazione epocale quale quella del Manzoni che per primo introduce gli umili.
Continuare a negare una letteratura, come questa calabrese, avrebbe oggi solo il significato di ridurre la letteratura italiana a un troncone. Non capire che la letteratura calabrese è dentro la letteratura italiana, che la letteratura calabrese è letteratura italiana. Una grande cultura del Mediterraneo. Della quale traccerò il racconto tappa dopo tappa. Cominciando da Cassiodoro.
Pasquino Crupi è un intellettuale, storico, giornalista e critico letterario.
Numerosissimi i suoi studi meridionalisti tra i quali si ricorda la puntuale Storia della letteratura calabrese.

Leave feedback about this