Quello che trovano i miei studenti del corso di antropologia: un mondo popolato di miti, usanze e credenze, riti iniziatici e pitture corporee, canti di cura, mondo che svela segreti nei suoi oracoli.
Un mondo che rivendica il suo sodalizio mistico con gli animali e la natura, dove popoli lontanissimi e dietro l’angolo sciolgono le loro paure in acqua, olio e sale, nell’uso magico di amuleti e maschere apotropaiche, danze propiziatorie, tarante e tarantelle salvifiche, mentre santi protettori, spiriti tutelari, coralli, nastri rossi e coltelli dal manico nero, preghiere, fuochi, mantelli e bambine volanti, mettono gli officianti odierni di antichi riti al riparo da pericoli contemporanei.
Un mondo che sviscera i vasti territori del sacro, anche per studiarne gli effetti nei campi più avanzati della contemporaneità. Si rivelano così, sia la presenza di fenomeni che pensavamo estinti, che gli immutati bisogni degli esseri umani, abitanti di una società assetata di riti, ma che ne ha già sancito la fine, come scrive il filosofo sudcoreano Byung-Chul Han nel suo libro La scomparsa dei riti. Un patrimonio che i miei studenti restituiscono agli esami, mettendo in relazione il passato e il presente, il lontano e il vicino, il dentro e il fuori. In questi ultimi esami di mezza Estate, in tutti i sensi i più sudati, questa restituzione è stata soddisfacente, a tratti sorprendente, per la capacità di intrecciare gli argomenti, di farli scintillare nel confronto. Che è poi questa l’essenza stessa della cultura, ci ricorda Gaetano Salvemini dagli inizi del ‘900 “ciò che resta in noi dopo che abbiamo dimenticato tutto ciò che avevamo imparato”.
E come fronteggiare l’irrompere dell’intelligenza artificiale nella scuola, lo scopiazzamento dal web, il copia-incolla? Prima di tutto dichiarandone l’uso, smascherandolo e utilizzandolo con criterio, segnalandone i limiti e le incongruenze, usandolo senza farsene usare. Ma soprattutto, utilizzando ciò che si impara per lanciarsi, infine, in un ragionamento personale, per dare il via a collegamenti, confronti, affioramenti che portino a pensieri, opinioni, soluzioni. E lo si fa usufruendo degli strumenti dell’antropologia così affilati dai molti antropologi illustri di cui si fregia la nostra regione, con le loro ricerche sul campo, i loro libri illuminanti, approcci che hanno portato temi cruciali, che sembravano solo nostri, alla ribalta del mondo. Diego Carpitella, nato a Reggio Calabria, ad esempio, padre dell’etnomusicologia italiana, che valorizzò il suono popolare e diede il via alle ricerche sul campo con registratore e macchina da presa, come fece con La meloterapia del tarantismo, e che, a metà degli anni Cinquanta, insieme all’etnomusicologo Alan Lomax, intraprese uno storico viaggio alla ricerca di suoni e canti italiani. Antonello Ricci e Roberta Tucci, entrambi allievi di Carpitella, che dedicano i loro studi alla musica di tradizione orale della Calabria, in particolare alle originalissime forme dell’emblematica zampogna e del canto, patrimonio culturale tra i più ricchi della penisola.
Luigi Lombardi Satriani, nato a Briatico, ricercatore sul campo con Annabella Rossi, con i suoi studi rivelatori su tradizioni e religiosità popolare che arrivarono a includere la mistica Natuzza Evolo e i Bronzi di Riace all’interno di una ritualità con simboli e gesti propri. Vito Teti, di San Nicola da Crissa, che insieme alle aule dell’università, ama frequentare festival internazionali e piazze popolate da nuove idee, rivendicando l’uso politico del concetto di restanza, termine da lui coniato che diventa di uso comune, tanto da rientrare nel vocabolario Treccani, fonte di ispirazione e punto di riferimento per film e incontri attenti al tema, ormai non solo calabrese, dello spopolamento.
Antropologi che s’interrogano sulle voragini sociali e istituzionali, su roghi e devastazioni culturali della nostra terra e che scrivono della loro vertigine, come Mauro Francesco Minervino, di Paola, con Stradario di uno spaesato o La Calabria brucia, sempre drammaticamente attuale, soprattutto ora che ricomincia la triste stagione degli scellerati appiccatori, per poi abbeverarsi alla bellezza di Viaggio al monte analogo. Una regione che potrebbe puntare di più sul patrimonio immateriale e la sua salvaguardia, usando proprio l’antropologia come strumento per comprendere, elaborare, proporre.
Si parte sempre da una domanda in cerca di risposta, e così fanno i miei studenti per prepararsi all’esame su temi che vanno dalle modificazioni corporee alla tecnologia, dal viaggio alla trasformazione del territorio, dalla devozione popolare alla necessità di coesione sociale dei nostri paesi. Con esiti inaspettati. Ad esempio, lo studio sull’animismo, quella pratica considerata appannaggio di popoli altri, secondo la quale ogni cosa sarebbe dotata di anima e vivrebbe di vita propria, che ci svela i meccanismi attrattivi e subdoli dell’intelligenza artificiale, di Alexia, robot e compagnia bella. Non si cerca di convincere il consumatore a interagire con questi sistemi, come se fossero umani, dotati di anima e capaci di interagire? Proprio come fanno gli aborigeni australiani con i loro totem, oggetti in legno considerati sacri, vivi e dai particolari poteri, forse non del tutto dissimili neppure dalle statue lignee dei nostri santi.
Ragazzi e ragazze che provano un’attrazione per la manipolazione dei loro corpi, tatuaggi, piercing, dilatazione dei lobi, possono trovare risposte nelle pratiche di popoli che legano tali modificazioni a precisi stati di crescita, al momento conclusivo di un lungo rituale, seguito da esperti accompagnatori, che ha come punto di arrivo il segno sul corpo dell’officiante. Oppure, ricercatrici di archetipi universali e body painters che trovano nel dio serpente Oxumaré, spirito dell’arcobaleno e della trasformazione secondo la religione afrobrasiliana, un’ispirazione per la pittura corporea e per le movenze di una arcaica danza.
Molte ricerche attorno alle pratiche locali, con interviste e rilevamenti fotografici sulle donne di Bagnara, ad esempio, esperte nell’identificazione di malocchio e schiantu, tema che, anni fa, guadagnò l’interesse del Corriere della sera con un reportage dedicato proprio alle nostre ricerche antropologiche. Anch’io iniziai con seminari e corsi alle università di Roma, Torino, Milano, Napoli, Salerno, che erano il racconto di ricerche sul campo esotiche o domestiche che andavano dall’iniziazione sciamanica ai riti di passaggio in tempo di pandemia, dal maschile al femminile secondo Margaret Mead e secondo donne che credono di acquisire autorevolezza declinando le loro competenze professionali al maschile. Dentro e fuori dal nostro cerchio magico.
Fino al cambio di prospettiva da Sud. In queste fotografie dei primi tempi in Accademia, riconosco allievi che hanno fatto un cammino, chi lontano dalle Sirene dello Stretto insegna tra le montagne del Piemonte, chi a Lodi, chi a Milano, chi inanella mostre tra un Castello e un segnalibro, chi forgia opere con vita propria, chi oltre i sessanta, reinventa la propria vita nell’amore per l’arte. Tra loro, qualcuno portò all’esame il nonno che suonava l’organetto, oppure un abito ideato e confezionato per la Sirena, chi si è occupato di riti battesimali tra la Sicilia e Bahia, chi dell’uccisione del porco, chi delle sue radici russe dimenticate, dei segreti del sogno, di bambini nati altrove giunti a noi via mare, del trucco-svelamento delle Drag Queen, di tagliatrici di trombe marine, di lingua e cultura greco-calabra, dei canti della tonnara che fecero innamorare Lomax, del volo dell’animella sulla Varia di Palmi, della malattia come rito di passaggio che diventa canto, della fujitina come dispositivo di pacificazione sociale da Persefone a suo nonno. Centinaia di esami e ricerche da farne una collana editoriale, per studenti esploratori amazzonici dell’orto di casa.
Il piacere di orientare, incuriosire, fornire strumenti di studio applicabili ad ogni argomento d’interesse, conquistare alla causa della materia ignota, l’antropologia, anche chi alla prima lezione ha detto “Prof. non ho capito un’acca e questa materia non mi interessa”, per poi sbalordire la commissione con una ricerca da trenta e lode. Tutti fiori di questo giardino, tutti uguali, tutti diversi, abitanti di questo mondo in una classe.

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